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21 Октября 2015

Impressionisti e moderni. Capolavori dalla Phillips Collection di Washington. Il Blog di Pierluigi Piccini

Dopo un periodo piuttosto travagliato riapre alla grande il Palazzo delle Esposizioni con tre mostre molto diverse fra loro ma tutte di grande qualità e spessore internazionale: “Impressionisti e moderni Capolavori dalla Phillips Collection di Washington, 62 opere provenienti dal primo museo d’arte moderna fondato negli Stati Uniti nel 1921 da Duncan Phillips (fino al 14 febbraio ’16, catalogo Silvana Editoriale), “Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano 1900-1940, prodotta dal Palaexpo in collaborazione col Museo d’Orsay di Parigi che racconta in 200 opere la storia delle arti decorative del Novecento in Italia (fino al 17 gennaio ’16, catalogo Skira) e “Russia on the road 1920-1990”, realizzata in collaborazione con l’Istituto dell’Arte Realista Russa con una sessantina di dipinti provenienti dall’Istituto stesso, da Gallerie e Musei per documentare ottanta anni di arte sovietica (fino al 15 dicembre ’15, catalogo Istituto Arte Realista Russa).

Un impegno internazionale ad ampio raggio, uno sguardo continuo sul ‘900 in ambiti e temi diversi, frutto del sottile lavoro di tessitura di De Simone affiancato dal commissario straordinario Cipolletta, fresco di nomina. Ma veniamo alle proposte artistiche dell’autunno al Palaexpo a cui si affiancano, come di consueto, da laboratori, visite guidate, incontri con il pubblico. Per esempio per “Novecento e Decorazione” è previsto un ciclo di incontri con studiosi del periodo come Fabio Benzi, Maria Vittoria Marini Clarelli e con le cocuratrici della rssegna Maria Paola Maino e Irene De Guttry. Ma iniziamo con la più vicina alla nostra sensibilità, la mostra sul Liberty e il design, quando ancora non si chiamava che così. Ospitata al piano superiore di cui occupa buona parte, si lascia ammirare anzitutto per il colpo d’occhio impressionante. Quadri, mobili, lampade, specchi, arazzi, ceramiche in un profluvio di luci e di colori da togliere il respiro. È la gioia di vivere di cui parla Beatrice Avanzi curatrice della mostra (già presentata a Parigi) con Guy Gogeval, direttore del Museo d’Orsey. Nell’Italia d’Inizio 900, le arti decorative sono in Italia eredi di un’importante tradizione artigianale e artistica, interpreti dell’idea di progresso di una nazione che ha da poco conosciuto l’unità.  Come avverrà anche con gli architetti razionalisti degli anni ’20-30,ebanisti, ceramisti e maestri vetrai lavorano in collaborazione con gli artisti del tempo dando vita a un vero e proprio “stile italiano ” che anticipa e influenza la nascita stessa del design moderno. Un periodo che i curatori definiscono di “ottimismo paradossale” d’intensa creatività a dispetto della  guerra e del regime. La mostra segue un percorso cronologico, dall’inizio del 900 con l’affermazione dell’Art Nouveau, da noi “Stile Liberty ” o “floreale” a partire dall’Esposizione di Arti Decorative di Torino del 1902 in cui compaiono artisti originalissimo, da Carlo Bugatti a Ernesto Basile, a Galileo Chini. E fra i pittori divisionisti vicini alle tendenze simboliste Previati, Morbelli, Pellizza da Volpedo. E poi dal gusto Liberty al Futurismo con la sua voglia di ricostruire l’universo “rallegrandolo” con Balla e Depero. Quindi il “ritorno all’ordine” che segue la stagione delle avanguardie e il recupero della cultura classica. E la Metafisica di De Chirico e Savinio e il Realismo magico di Casorati. Per arrivare alle creazioni fra classico e deco di Gio Ponti, ai vetri di Carlo Scarpa, allo stile Novecento di Muzio e Portaluppi, agli esperimenti modernisti di Terragni e Radice. Tanti grandi nomi, protagonisti di una stagione irripetibile e tutti in mostra con oggetti pescati in gran parte presso collezionisti privati. Fra le opere i mosta si segnalano di Luigi Bonazza, esponente di spicco della cultura mitteleuropea della Secessione, un meraviglioso trittico ad olio del 1905 con “La leggenda di Orfeo”‘ tema caro alla cultura simbolista. Di Duilio Cambellotti, che all’inizio del 900 percorre a piedi la Campagna Romana, ispirandosi a panorami rimasti intatti nei secoli, è in mostra fra l’altro lo stipo dalle forme moderniste “La notte” del ’25 in noce, ebano e avorio. Esemplifica l’unità delle arti lo straordinario “Secretaire” a due ante del 1902 in mogano intagliato e dipinto, cuoio e bronzo di Vittorio Ducrot ebanista, Antonio Ugro scultore, Ettore De Maria Bergler pittore ed Ernesto Basile che progetta palazzi e ville per i Florio in Sicilia. E che allestisce alla V Biennale di Venezia del 1903 la “Sala del Mezzogiorno “. Di Galileo Chini c’è anche un campionario di bottega. Il maestro della ceramica Liberty alterna alla creazione di vasi la produzione di mattonelle che all’inizio ama quadrate per poi sbizzarrirsi in tutte le forme, adottando decori moderni ma ispirandosi alle linee rinascimentali robbiane. E poi Vittorio Zecchin che nel ’14 realizza nella grande sala da pranzo dell’Hotel Terminus di Venezia un sontuoso ciclo decorativo sul tema della “Mille e una notte”. E cosa dire del”Trionfo da tavola “in porcellana bianca e oro realizzato nel ’26-27 da Richard Ginori su progetto di Gio Ponti e Tomaso Buzzi per le ambasciate italiane. Il centro tavola è formato da una figura femminile assisa su una conchiglia, allegoria dell’Italia, e attorno statuette che evocano la flora e la fauna. Di questi raffinati pezzi ben poco è rimasto al passaggio della guerra. Di Buzzi, creatore della Scarzuola (la città in miniatura della fantasia e del sogno in Umbria), che per qualche anno fu alla Venini di Venezia, è in mostra la splendida Coppa delle mani” del 33 in vetro laguna a più strati impreziosita da foglia d’oro. Esposta alla V Triennale di Milano fu acquistata da Mussolini. Altro maestro del vetro Napoleone Martinuzzi con le sue incantevoli piante grasse. E poi Fortunato Depero con la pubblicità Campari, i suoi coloratissimi arazzi, i suoi panciotti. Che realizza anche Giacomo Balla variopinti come il suo salotto dipinto di verde, giallo e arancio. Uno sfizio che si prende anche il. “dominus”dell’architettura durante il regime Marcello Piacentini  disegnando mobili rosso fiamma per le nozze della figlia di Margherita Sarfatti.



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